ARTICOLI DI ROBERTO ALESSANDRINI


ESSERE MADRE E' UN PERCORSO DI CRESCITA E DI FELICITA'


maggio 14, 2017

Intervista a Maria Cristina Rossi, Supervisore del Movimento Famiglie Affidatarie del Borgo Ragazzi don Bosco

                                                                                                         di Roberto Alessandrini

In occasione dei festeggiamenti per la Festa della Mamma, previsti per domenica 14 maggio, abbiamo voluto intervistare una mamma del Borgo Ragazzi don Bosco, Maria Cristina Rossi; persona, che da diversi anni è molto attiva all’interno del Centro Salesiano e che oggi, insieme al marito Giancarlo Cursi, ricopre il ruolo di Supervisore del Movimento Famiglie Affidatarie e di collaboratore del Laboratorio Famiglia. Grazie a questo incontro e alla sua massima disponibilità, abbiamo avuto l’opportunità di  raccontare e svelare la sua esperienza materna.

Qual è o quale dovrebbe essere secondo Lei, il sentimento che fa nascere il desiderio di diventare mamma?
‹‹Nel mio caso è stato l’ amore inteso come dono, dal quale è nato il desiderio di offrire tutto ciò che di buono ho ricevuto, vissuto, sperimentato, lungo il percorso della vita. Un desiderio che mi ha portata a voler donare ad un figlio, il primo meraviglioso respiro dell’esistenza, ma anche quello di farlo crescere, circondato dall’insostituibile calore, dedizione e presenza di un nucleo familiare››.


Quali sono state le paure, i timori che Lei ha provato prima di divenire mamma?
‹‹All’inizio non provavo paure e timori, perché il mio cuore era pervaso da quel sentimento d’amore che ho raccontato all’inizio dell’intervista. Quando la mia prima gravidanza ha cominciato a darmi qualche problema, essendo stata una gravidanza difficile, pur senza conseguenze gravi, ho iniziato a perdere fiducia nel mio fisico e a pormi delle domande, sulla mia reale capacità di diventare mamma, anche al livello morale. In fondo, credo che essere madre, sia un percorso di crescita e di felicità››.  

C’è stata qualche difficoltà che Lei ha dovuto affrontare in seguito alla nascita del primo figlio? Se si, quale? Come è stata invece la seconda esperienza?
‹‹Dopo il primo parto, il mio stato fisico non era ottimale. Questo mi ha portato ansie e tensioni, provocate anche da piccole cose, delle quale me ne attribuivo sempre la colpa. I primi quattro – cinque mesi, non sono stati per niente facili. In seguito però, ho iniziato ad assaporare la vera gioia di essere mamma, con tutte le sue responsabilità. Quella gioia che avevo spesso desiderato e che si era realizzata. La seconda esperienza è stata decisamente più serena, forse perché avevo anche acquisito una maggiore maturità. Ho potuto anche sperimentare la felicità di vedere l’affetto che Renato, il mio primo figlio, provava per Stefano, il secondogenito››.

Che cosa ci può dire della collaborazione che ha avuto Lei personalmente e con i suoi bambini, presso la Casa Famiglia?
‹‹Tutto è nato dal fatto che il nostro nucleo familiare, in piena umiltà, è sempre stato molto aperto e desideroso di voler trasmettere anche a bambini e ragazzi più disagiati, il calore e l’amore che solo una famiglia felice può donare. Non volevamo tenere tutta per noi la gioia che si respirava nella nostra casa. Un giorno, abbiamo confidato questo desiderio, ad alcuni sacerdoti, i quali, ci hanno comunicato la loro intensione di voler aprire una Casa Famiglia vicino Roma. Così, a seguito di questa loro volontà, ci siamo trasferiti nella Diocesi di Albano, situata nella provincia di Roma, dove era presente una struttura disabitata delle suore, all’interno della quale, c’era la necessità di voler far nascere questa nuova realtà. Così, dal 1995 al 2001, abbiamo vissuto lì, aprendoci all’accoglienza di bambini della stessa età dei nostri figli, presumibilmente dai cinque ai sette anni ed in seguito anche più grandi. Parliamo di giovani che vivevamo per strada, perché in un periodo in cui le strutture per l’infanzia e l’adolescenza venivano chiuse, forte era l’esigenza di aiutarli. In seguito, il Borgo Ragazzi don Bosco, prendendo spunto dalla nostra esperienza, ha voluto aprire all’interno del Centro Salesiano, una Casa Famiglia per minori, nella quale poi ci siamo trovati a collaborare››.

Secondo Lei, essere madre, vuol dire anche contribuire all’educazione di bambini, ragazzi, che non sono per forza figli propri?
‹‹Si, secondo me si. Questa è una cosa che sento anche in qualità di insegnante, nello svolgimento della mia professione. Non posso però confermare che si prova lo stesso sentimento sperimentato verso i propri figli. L’istinto però di accompagnare i ragazzi nel loro cammino, è lo stesso che ho nei confronti di Renato e Stefano››.


Ci sono valori salesiani che l’ hanno accompagnata, insieme a suo marito Giancarlo, nell’educazione dei figli?
‹‹Essendo cresciuta, insieme a mio marito Giancarlo, in ambiente salesiano, abbiamo acquisito quasi tutti i valori salesiani. Valori che poi ci hanno aiutato nell’educazione e che in seguito abbiamo divulgato ai nostri figli. Il sistema preventivo è quello che è stato messo più in pratica, cercando di avere sempre una certa attenzione verso la prole e di trovare e alimentare il lato migliore di Renato e Stefano, al fine di educare quello meno buono››.

Secondo il suo parere, c’è qualcosa di cui i giovani d’oggi hanno particolarmente bisogno, rispetto a quelli del passato?
‹‹Credo abbiano perso il limite delle cose. La regola. Nel tempo che stanno vivendo, sperimentano e provato tutto e subito, senza nessun tipo di confine; senza più avere coscienza del confine che c’è tra il bene e il male››.  

Dovremmo fare qualcosa in più per aiutarli? Ad esempio, cosa?
‹‹Dare a loro una educazione, un accompagnamento, un esempio volto a fargli acquisire, il senso e l’importanza della regola, che gli permetta di assaporare il vero senso di libertà che stanno perdendo. Tutto questo è responsabilità di quell’educatore che il giovane incontra in famiglia, a scuola, in palestra, in chiesa e in tutti i luoghi che frequenta. Educatore che deve avere quella capacità di mantenersi puro, lucido ed concentrato sul suo ruolo››.


Quali ricordi e sensazioni ha risvegliato in Lei la nascita della prima nipotina?
‹‹Ha risvegliato in me, pur non essendo in prima linea rispetto a diversi anni fa, quel desiderio di donare la vita senza alcun limite, nonostante tutti i timori che la società odierna ci trasmette. E’ un sentimento che oggi vivo con maggiore serenità e che mi porta a respirare una doppia felicità: quella di essere diventata nonna e quindi di poter accompagnare questa nuova vita al raggiungimento della felicità e quella che provo quando guardo la gioia di mio figlio e di mia nuora, nella realizzazione del loro sogno››.
  

Link: http://borgodonbosco.it/madre-un-percorso-crescita-felicita/

 

Le famiglie oggi: meno numerose, ma colme di affettività

 giugno 15, 2016

Intervista a don Roberto Barone, Vicario della Comunità Salesiana del “Borgo Ragazzi don Bosco”

                                                                                                          di Roberto Alessandrini

 

‹‹Cosa puoi fare per promuovere la pace nel mondo? Vai a casa e ama la tua famiglia. L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città››. Così affermava Madre Teresa di Calcutta.
In merito però ad alcuni aspetti della famiglia odierna, gli ultimi dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), ci dicono che, con 3,2 matrimoni ogni mille abitanti, l’Italia rimane uno degli Stati dell’Unione Europea, in cui ci si sposa meno, pur presentando una bassa incidenza di divorzi (8,6 ogni 10mila abitanti). Per le separazioni si sta verificando una convergenza tra le varie aree della Penisola (14,8 e 14,6 ogni 10mila abitanti nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno). Nel 2015, le nascite sono state 488 mila (8 per mille residenti), quindicimila in meno rispetto al 2014. C’è inoltre da dire che, in base al “Rapporto sulla povertà in Italia”, presentato dall’Istat nel 2016, un milione e 470mila famiglie residenti nel nostro paese, vivono in condizioni di povertà assoluta; si tratta di 4 milioni e 102mila persone pari al 6,8% dell’intera popolazione italiana.
Malgrado questi dati poco confortanti, abbiamo voluto intervistare don Roberto Barone, Vicario della Comunità Salesiana del “Borgo Ragazzi don Bosco”.

 
Cosa vuol dire, secondo Lei, essere una famiglia oggi?

‹‹Come sacerdote impegnato nella pastorale, qui presso il Centro Salesiano, posso affermare, che essere nucleo familiare è una cosa entusiasmante. Malgrado le difficoltà, anche di natura antropologica – visto che attualmente nel concetto di famiglia si è voluto far entrare anche una composizione diversa, rispetto a quella tradizionale – al Borgo don Bosco i nuclei familiari sono presenti; si frequentano, si aiutano a vicenda, superando piccoli e grandi ostacoli, con gioia e speranza››.

Quali sono, a suo parere, le difficoltà, al livello umano e spirituale, della famiglia odierna?

‹‹La mentalità individualista, mediante la quale ci si rinchiude in se stessi. Credo invece che tra i componenti familiari, ci dovrebbe essere la voglia di stare insieme e di crescere, senza voler per forza prendere come esempio la famiglia patriarcale di un tempo. I nuclei familiari hanno bisogno di confrontarsi e di fare esperienza con gli altri. Un altro ostacolo è il fatto che non sono stati ancora riconosciuti come soggetti sociali. Gran parte dei diritti sono basati sull’individuo e non sulla famiglia, che è comunque un ammortizzatore sociale. Di conseguenza, la mancanza di un aiuto e di un sostegno crea timori, paure e difficoltà economiche. I giovani non hanno il lavoro e non possono creare nuovi nuclei familiari e, quindi, nemmeno procreare. Ci tengo però a dire, che la voglia e la vocazione di sposarsi non è venuta meno. Conosco tanti ragazzi che vorrebbero, ma la politica non lì incoraggia a farlo››.

Rispetto ai nuclei familiari di un tempo, cosa nota di positivo e in più, nelle famiglie oggi?
‹‹Mi piace sottolineare che il rapporto tra marito e moglie nelle famiglie oggi è più paritario, con uno scambio dei ruoli, che fortificano la coppia e la rendono unita ed indissolubile. Un altro aspetto, che voglio evidenziare, è che si da più spazio all’affettività. I figli, anche se a volte non ascoltano, mettono tra le priorità più importanti del loro percorso di vita la famiglia come punto di riferimento. L’essenziale, è che quest’ultima non sia considerata soltanto come un nido, ma anche come un’agenzia educativa››.

In che modo il Borgo Ragazzi don Bosco cerca di seguirle e che tipo di aiuto offre loro?

‹‹Il nostro Centro Salesiano è una grande comunità che porta avanti molte attività per i ragazzi: c’è il Centro di Formazione Professionale, il Centro Minori, l’Oratorio e così via. I giovani frequentanti spesso vengono coinvolti, insieme alle loro famiglie, in molte iniziative. Una tra queste, è la Festa della Famiglia, che ogni anno, nel mese di maggio, si svolge qui al Borgo. Inoltre, alcuni operatori delle nostre strutture, che hanno seguito una determinata formazione, si rendono disponibili ad aiutare questi nuclei familiari nel rapporto con i propri ragazzi e a superare ostacoli di diversa natura, anche con il supporto di sacerdoti e psicologi. Oltre a quanto già detto, abbiamo anche un gruppo famiglie, che sono nate qui al Borgo don Bosco e che si chiama “Radici di Bosco”. Il loro obiettivo, è quello di condividere un cammino comune, attraverso una formazione spirituale, umana e di confronto su alcune tematiche. Tutto questo tramite una serie di appuntamenti, ritiri e campi estivi, aperti a volte anche a figli e nonni. Inoltre, recentemente si è optato per creare un gruppo che pensa ai nuclei familiari, elaborando iniziative, convegni, incontri, su argomenti come la relazione tra coniugi o tra genitori e figli. Per finire, posso aggiungere che, ogni anno, tra giugno e luglio, molte famiglie sono impegnate nell’animazione dell’“Estate Ragazzi”, che comporta una serie di attività ricreative, per i giovani dell’oratorio o per coloro che vogliono avvicinarsi alla nostra realtà. Il Borgo don Bosco è un luogo di incontro, di dialogo e di speranza. Una struttura che, oggigiorno, testimonia, oltre i dati negativi attuali, che la famiglia esiste ancora, come il seme nel grembo di una madre, che prima o poi darà alla luce, nuovi germogli di vita››.
 

Link: http://borgodonbosco.it/famiglie-oggi/


ANCHE I SALESIANI HANNO ACCOLTO UNA FAMIGLIA DI PROFUGHI SIRIANI
aprile 17, 2016
L'accoglienza dei profughi si può fare, nonostante le complicazioni burocratiche e le difficoltà. Ecco il racconto dei salesiani cooperatori che hanno coordinato l'iniziativa

                                                                                                         di Roberto Alessandrini

<< Anche per te vorrei morir ed io morir non so>>, così cantava negli anni settanta, Lucio Battisti, artista libero e sensibile. Con queste parole riteniamo volesse raccontare la battaglia interiore, che si consuma tra la ragione e il cuore, e che a volte l'animo umano si trova ad affrontare, dinanzi alle richieste esterne di aiuto. 
Allora sarebbe opportuno chiedersi: <<Quanto siamo pronti ad andare incontro agli altri e a farci carico delle sofferenze altrui, limitando la nostra vita, per fare spazio a chi è in difficoltà? - Quando verrà il tempo in cui l'uomo sarà disposto a morire per l'altro, in un'epoca che respira una guerra quotidiana immotivata?>>.

Oggi vogliamo raccontare la storia di una famiglia siriana, che è stata accolta in Italia e sottratta alla guerra presente a Damasco, al fine di restituire dignità e serenità al suo percorso di vita. Persone, che a causa dei bombardamenti, hanno perso la casa, il lavoro, la vivibilità del loro quartiere, e la possibilità di mandare a scuola di propri figli, visto che molti edifici sono stati requisiti dall'esercito. <<La prima volta che abbiamo visto la guerra in tv, ci sembrava lontana>>, così ci hanno raccontato i coniugi siriani. <<Poi hanno colpito la nostra abitazione e quindi ci siamo dovuti spostare a vivere verso il centro della città. Per tre anni abbiamo vissuto, in quattro persone , in un'unica stanza, pur continuando a credere nei nostri valori e a partecipare alle attività del nostro oratorio, che ha saputo aiutarci>>.

I due Salesiani Cooperatori fautori dell'iniziativa, ci hanno così raccontato: <<Lo scorso anno, nel mese di aprile, in occasione del 4° Congresso Regionale dell'Associazione dei Cooperatori Salesiani tenutosi a Pianezza (To), ci siamo incontrati con alcuni delegati e coordinatori della regione Italia-Malta-Medio Oriente. In qualità di incaricati della Pastorale Familiare, abbiamo proposto loro di far venire in Italia, nel periodo estivo, una famiglia siriana, al fine di farla partecipare ad un percorso di formazione, che portiamo avanti da diverso tempo. Questo anche con l'intento di poter ascoltare e condividere, l'esperienza dei nuclei familiari cristiani, presenti a Damasco. Non ci aspettavamo però che, a seguito di questa nostra proposta, una famiglia della Repubblica Araba, ci chiedesse aiuto al fine di poter venire, anche con i figli, in Italia, senza contravvenire alle leggi, a causa dell'invivibilità portata dalla guerra>>.

Per realizzare questo progetto, almeno nella prima fase, è stato fondamentale il sostegno e la collaborazione di due associazioni: "Cerchi d'Onda" e "Salesiani Cooperatori". Esse si sono messe in moto, al fine di realizzare il sogno di queste persone, costrette a lasciare la loro terra di origine. Una volta arrivate in Italia, è stata preziosa la rete umana che si è creata, grazie alla generosa disponibilità di persone dell'Opera del Borgo Ragazzi don Bosco, del Centro Astalli e della Caritas. Un grande aiuto è venuto soprattutto dalle anime più semplici, che hanno saputo donare la propria disponibilità, trovando un confortevole alloggio per questa famiglia e tutti i mezzi di primaria necessità, realizzando così tanti piccolo inaspettati miracoli. E' stata una bella e comune azione di misericordia.

<<Noi coordinatori, nel tentativo di rispettare la legge, ci siamo spesso scontrati con i lunghi tempi la burocrazia italiana, provando sovente frustrazione e andando incontro a cocenti delusioni. Inoltre, abbiamo avuto timore di non riuscire a rispondere, in modo adeguato, alla richiesta di aiuto che ci veniva fatto dal Medio Oriente. Quindi, un grande senso di inadeguatezza. E' stata comunque una esperienza di forte condivisione, dove il senso di abbandono, che vivono queste persone, ha turbato profondamente la nostra anima. Per questo motivo, si è cercato di integrarli negli ambienti che frequentiamo. Non è stato semplice, ad esempio, trovare una scuola che potesse ospitare questi bambini siriani e non è stato facile aprire un varco, per questo grido di dolore venuto da lontano. Abbiamo trovato diversi ostacoli lungo il cammino, ma poi tutto è andato a buon fine, restituendo ad una famiglia il sapore dell'equilibrio e della quotidiana normalità>>. 

Link: http://borgodonbosco.it/accoglienza-dei-profughi-siriani/

   
Mamma Margherita: non l’abito onora la persona, ma la pratica della virtù

marzo 4, 2016

In ricordo di Margherita Occhiena, madre di Giovanni Bosco

                                                                                                        di Roberto Alessandrini
 

In prossimità dell’ 8 marzo, giornata nella quale si celebra la festa della donna, vogliamo ricordare l’importante figura di Margherita Occhiena, madre e maestra di Giovanni Bosco.
Nata il primo aprile del 1788, nel piccolo paese del Capriglio, situato nelle vicinanze di Asti, trascorse la sua giovinezza, in una famiglia di umili contadini. A soli ventinove anni, rimasta vedova, si trovò a crescere, da sola, i suoi due figli, Giuseppe e Giovanni, e a dover gestire i possedimenti, in un periodo di grande crisi e carestia. Contadina di grande coraggio, educò la prole secondo il Vangelo, con religione, ragione e amore. In particolar modo, il suo cuore, la condusse ad insegnare la carità, verso i più poveri, perché riteneva che: ‹‹La cosa più importante è la salvezza dell’anima››.
 

All’età di nove anni, Giovanni, il suo secondo figlio, fece un sogno, che lo condusse verso il futuro di educatore di una immensa schiera di giovani. Nel tempo, consolidò in lui il desiderio di diventare sacerdote. Così, un giorno, Margherita Occhiena, chiese al figlio: ‹‹Il parroco è stato da me per confidarmi che tu vuoi farti religioso. È vero?››. Giovanni rispose: ‹‹Sì, madre mia. Credo che voi non avrete nulla in contrario››. E lei ribatté: ‹‹In queste cose non c’entro, perché Dio è prima di tutto››.
Con particolare amore, accompagnò il figlio sino al sacerdozio e, lasciando la casa di famiglia, lo seguì nella sua missione, tra i giovani poveri e abbandonati di Torino. Proprio nel mese di maggio del 1847, insieme, accolsero a Valdocco il primo fanciullo, dando così inizio alla loro opera.
Durante l’epidemia che scoppiò a Torino, nel 1854, mamma Margherita, con l’aiuto di quattordici ragazzi volontari, si prodigò a curare i malati. Un giorno, un giovane aiutante, in forte difficoltà, le confidò: ‹‹dobbiamo portare un malato grave al lazzaretto, ma non abbiamo un lenzuolo decente››. Così Margherita, dopo un momento di riflessione, tolse la tovaglia bianca dall’altare della chiesa nuova e la consegnò al ragazzo, dicendo: ‹‹Questa prendila tu. Non credo che il Signore si offenda››.
 

Qualche tempo dopo, con grande felicità e rispetto, per il percorso di fede affrontato, disse al figlio Giovanni Bosco: ‹‹Tu, hai vestito l’abito talare. Io ne provo tutta la consolazione che una madre può provare per la buona riuscita di un figlio. Ma ricordati che non è l’abito che onora il tuo stato, è la pratica della virtù. Se mai tu avessi a dubitare di tua vocazione, ah per carità, non disonorare questo abito! Posalo subito. Preferisco avere un povero contadino che un figlio prete trascurato nei suoi doveri. Quando sei venuto al mondo, ti ho consacrato alla Beata Vergine. Quando hai cominciato i tuoi studi ti ho raccomandato la devozione a questa nostra Madre. Ora ti raccomando di essere tutto suo. Ama i compagni devoti di Maria. Ricordati di diffondere attorno a te l’amore e la devozione alla Madre celeste››.
 

Malgrado le difficoltà che si trovò ad affrontare, Margherita Occhiena spesso si dimostrò essere una donna tenace e di grande fede. Per lei, Dio aveva creato il mondo e messo tante stelle lassù. Ringraziava il Signore, per il pane quotidiano ed i doni che riceveva; grazie alla sua estrema bontà. ‹‹Sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà››, così ripeteva sempre.

Link: 
http://borgodonbosco.it/margherita-occhiena/

 

Gesù Bambino è fragile come noi. Prendiamocene cura

Intervista a Don Stefano Aspettati, direttore del Borgo Ragazzi don Bosco.                                                                                                                                                          
                                                                                                         di Roberto Alessandrini

 

‹‹È Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano. È Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza. È Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri››. Le parole di Madre Teresa di Calcutta ci conducono a riflettere su una realtà dilaniata da bombardamenti, corruzione, omicidi, divorzi, bullismo, piccole guerre quotidiane, condominiali e nei posti di lavoro. Una società che non volge lo sguardo alle grida di dolore degli uomini; a quei piccoli corpicini di bambini stesi sulla sabbia, che non giocheranno e sorrideranno più. In un’epoca difficile, come quella attuale, abbiamo voluto intervistare don Stefano Aspettati, direttore del Borgo Ragazzi don Bosco, che ci ha svelato sogni, speranze e punti di vista, in prossimità delle celebrazioni natalizie.
 

Stiamo vivendo un periodo storico caratterizzato da paura, violenza e smarrimento. Secondo lei, qual è il motivo e la causa di una realtà dominata da tanto egoismo ed aggressività?
‹‹Credo che sia la mancanza di Dio e di valori forti, che proiettino le persone verso il prossimo e la collettività. Valori che necessitano di essere fatti conoscere da maestri, che rappresentino un modello duraturo nel tempo, e che possano far appassionare gli esseri umani. Viviamo un appiattimento generale, dalla politica in giù e tutto quello che accade nel mondo, penso sia soltanto una conseguenza di questo aspetto››.
 

Il Borgo è frequentato da giovani di nazionalità e credo religioso diversi. Quali sono gli strumenti volti a farli vivere in unità?
‹‹Tutto nasce dal tentativo di far incontrare le persone su un territorio comune, rappresentato dall’essenza dell’essere umano. Il vero danno, sono tutti coloro che si fanno promotori degli antivalori e di espedienti lontani dalla natura dell’uomo. Vorrei ad esempio ricordare un fatto storico molto significativo, accaduto agli inizi della prima guerra mondiale, precisamente nel 1914. Durante la “Tregua di Natale”, la sera della vigilia, sulla linea del fronte, dove erano opposti tedeschi ed inglesi, quest’ultimi si incontrarono per cantare e festeggiare insieme. Decisero di trovarsi da uomini, al di là delle divise e dei conflitti. Poi la guerra proseguì, per volontà di chi deteneva il potere, portando morte e distruzione››.
 

Ultimamente ha notato  difficoltà di convivenza tra loro?
‹‹Tra i ragazzi no. Più che altro, ci siamo resi conto, che alcuni adulti, negli ultimi tempi, guardano con diffidenza e sospetto alcune categorie di giovani››.
 

William Shakespeare affermava che ‹‹Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni››. Visto che ci stiamo avvicinando alle celebrazioni natalizie, vorrei domandarle se ricorda quali erano i suoi desideri di bambino, nel periodo dell’Avvento.
‹‹In attesa di trovare i regali sotto l’alberovivevo, insieme a mio fratello, la festa cristiana con grande stupore e curiosità. Ho ancora presente in me, il calore e la semplicità di quei giorni e la gioia di incontrare i parenti. In famiglia c’era un clima molto bello ed intimo››.
 

Cos’è e cosa rappresenta il Natale e perché è essenziale che i bambini, i giovani e gli adulti credano in una festa così importante?
‹‹Penso che sia fondamentale confidare in ciò che la solennità rappresenta e che per i cristiani è la nascita di Gesù. È un’occasione che ci riporta al senso dello stupore e della novità, di fronte allo sbocciar di una vita. Tutto questo in controtendenza con un mondo che spesso mette in risalto la morte, le debolezze ed un apparente individualismo. Il Signore ci ha mandato suo figlio per dimostrarci tutto il suo amore. Forse, al giorno d’oggi, dobbiamo ancora comprendere la bontà di un tale gesto››.
 

Quale significato assume la Natività di Cristo vissuta nel Borgo?
‹‹Rappresenta la festa della fragilità; in particolar modo, quando le persone decidono di prendersene cura, perché il bambinello è fragile per eccellenza, come lo siamo tutti noi, anche se spesso non vogliamo farlo vedere. Lo sono anche i ragazzi che arrivano qui, presso la nostra struttura salesiana e che cerchiamo di mettere al centro di tutto. È bello leggere nei loro occhi la meraviglia, quando partecipano a celebrazioni natalizie, al di là del credo religioso. Questo per far comprendere che Dio li ama e li cura, così come ci insegnò Giovanni Bosco››.
 

Dà a questo Natale un significato diverso da quello degli altri anni?
‹‹Un po’ sulla traccia del Giubileo di Papa Francesco, attualmente con i ragazzi del Centro salesiano, stiamo cercando di cogliere e condividere un clima di pace e di convivenza, che è l’essenza della festa cristiana natalizia, in forte contrasto con le culture  promotrici di messaggi di guerra e morte. La Misericordia di Dio è l’ultimo baluardo contro lo strapotere apparente della violenza, dell’individualismo e della paura››.
 

Come mai secondo lei alcune persone perdono la fede?
‹‹Il credo non si smarrisce e non si trova. Dal lato del Signore è un dono. Dal lato dell’uomo, è una continua ricerca ed approfondimento; anche se alcuni dubbi ci accompagneranno sempre lungo il percorso della vita. La cosa forse più negativa, non è tanto quella di smettere di confidare, ma di cercare. Questa è una cosa che vale per tutti. Dovremmo sempre ricordarci dell’immagine dei Re Magi, che senza stancarsi di trovare la strada, alla fine vivono con grande gioia l’incontro con Dio››.
 

Qual è il messaggio che vuole lasciare, a tutti coloro che avranno l’opportunità  di leggere questa intervista?
‹‹Auguro a tutti, che il tempo del Natale sia l’occasione di vivere lo stupore, se è tanto che non lo proviamo più; di dedicarci a qualcuno, se spesso curiamo solo noi stessi; di respirare la misericordia, se è tanto che conserviamo un cuore duro; di tornare a cercare Dio misericordioso, se è da molto che abbiamo smesso di farlo. Lui ha scelto tutti noi ed ancora attende di trovarci››.


Link: http://borgodonbosco.it/gesu-bambino-e-fragile-come-noi-prendiamocene-cura/

 
Emergenza povertà: un centinaio i ragazzi accolti nel Centro Minori

Bilancio del progetto “Emergenza minori e giovani in situazioni di povertà: occasioni concrete di inclusione.

                                                                                                         di Roberto Alessandrini

 
‹‹Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni, non le parole. Se dovessimo dar credito ai discorsi, saremmo tutti bravi e irreprensibili››. È questo, ciò che affermava il magistrato italiano Giovanni Falcone, considerato tra le personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia, in Italia e a livello internazionale. Incentivati dalle sue bellissime parole, oggi ci piace raccontare il progetto “Emergenza minori e giovani in situazioni di povertà: occasioni concrete di inclusione”, realizzato dal Borgo Ragazzi don Bosco in collaborazione con la Regione Lazio. Abbiamo intervistato Alessandro Iannini, psicologo e coordinatore dell’area Rimettere le Ali, che ci ha svelato difficoltà, speranze e obiettivi raggiunti.

 

Quando è nato il progetto e perché?

‹‹Il Centro Minori del Borgo Ragazzi Don Bosco, da più di venti anni, accoglie ragazzi fuori dai percorsi scolastici, a rischio di devianza o con provvedimenti penali alternativi al carcere. Ci siamo resi conto, negli ultimi tempi, un po’ a causa della crisi economica, un po’ per l’incremento, in Italia, della presenza di giovani stranieri e di alcune forme di disagio, anche psicologico, che il numero delle richieste, arrivate ad una struttura come la nostra, è aumentato sempre di più. Parliamo di situazioni di povertà economica, sociale e familiare. Pertanto, quando la Regione ha lanciato il bando “Emergenza minori e giovani in situazioni di povertà: occasioni concrete di inclusione”, ci siamo prodigati, precisamente ad ottobre 2014, per dare una risposta alle necessità dei giovani in difficoltà››.

 

In cosa consiste e quali sono stati gli obiettivi e gli ostacoli iniziali?
‹‹A seguito di alcune nostre valutazioni, sono stati ospitati dagli ottanta ai cento giovani, di diversa nazionalità, che non avessero la possibilità di essere inseriti in altri percorsi formativi. Dopo esserci impegnati all’ascolto dei loro bisogni, li abbiamo indirizzati verso i corsi, offerti dal Centro Salesiano, più adeguati alle loro esigenze. Principalmente ci siamo dedicati ad investire su quei casi, che nessuno è riuscito a risolvere, cercando di comprendere, con qualche difficoltà, i motivi che hanno causato i molteplici fallimenti, scolastici o umani, nella vita del ragazzo››.

 

Quali sono le strutture che hanno collaborato e in che modo?
‹‹Un volta che i giovani accolti hanno scelto il corso più appropriato per loro, come ad esempio quello di ristorazione, giardiniere, alfabetizzazione, licenza media e così via, è iniziata una collaborazione con scuole, istituti professionali, centri territoriali di permanenza della città di Roma. Con queste strutture educative, ci siamo accordati tramite un protocollo, in modo tale che lo studente, una volta terminato il percorso scolastico presso di noi, potesse sostenere un esame finale, presso le scuole, ed una volta superato, poter accedere di diritto ai corsi di grado superiore, eventualmente, nell’istituto precedentemente abbandonato. Per noi, determinante è stato anche l’aiuto che ci è stato dato dalla rete di servizi della capitale, come ad esempio associazioni, servizi sociali, Asl (Azienda sanitaria locale) e cooperative››.

 

Quanti sono stati i giovani coinvolti e qual è la loro età?

‹‹Abbiamo ospitato dagli ottanta ai cento ragazzi al mattino, con una età che variava dai sedici ai ventuno anni. Nel pomeriggio, sono stati accolti una quarantina di minorenni, dagli undici ai tredici anni, frequentanti la scuola media. Questi ultimi, inoltre, hanno ricevuto un aiuto nello svolgimenti dei compiti, non avendo alle spalle, famiglie che potessero seguirli. In totale, presso il Centro Salesiano, sono stati indirizzati circa centocinquanta giovani››.

 

Che cos’è l’autofinanziamento solidale?
‹‹Il progetto, che il Borgo Ragazzi don Bosco ha portato avanti, è stato finanziato dalla Regione Lazio. A volte, però, può capitare che non riusciamo a coprire tutte le spese per far fronte alle necessità dei nostri giovani. Per questo motivo, spesso, lanciamo delle campagne di sensibilizzazione e di autofinanziamento solidale, al fine di coinvolgere le persone, anche con piccole richieste di contributi, volte a permetterci di acquistare un frigorifero, un forno e tutto quello che può essere indispensabile. Questo, perché partiamo sempre dal presupposto, che i ragazzi non appartengono soltanto al Centro Salesiano, ma a tutta la comunità››.

 

Quali sono i valori educativi che hanno accompagnato il progetto?
‹‹Un valore educativo importante per noi è l’accoglienza; accogliere quindi, in modo tale che, se la persona si sente accettata, come membro della nostra grande famiglia salesiana, avrà più possibilità, di rispondere positivamente, alle forme di aiuto che le verranno offerte. Inoltre, come ho già accennato prima, il Borgo punta sempre a personalizzare il sostegno verso un giovane. Gli esseri umani sono tutti casi unici e particolari, con una accezione positiva del termine. Ognuno necessita di un particolare tipo di aiuto››.

 

Quando si è concluso e quali sono i risultati in termini di numeri e dal punto di vista umano?
‹‹Il progetto è proseguito fino ad ottobre 2015. Più del 90% dei ragazzi ha portato a conclusione l’impegno assunto. Quindi, il dato è abbastanza positivo. Dal punto di vista umano, abbiamo avuto la fortuna di leggere nei loro occhi tanta gioia e serenità, per il traguardo raggiunto. In molti, spesso tornano a trovarci, considerandoci un punto di riferimento. Siamo venuti anche a conoscenza del fatto, che alcuni giovani, grazie al nostro sostegno, sono riusciti a trovare un posto di lavoro››.

 

Lei, dottor Iannini, come ha vissuto questa esperienza al livello emotivo?

‹‹Ogni volta che un ragazzo si presenta al Centro e mi stringe la mano, dopo aver firmato un patto insieme a me, è un momento sempre molto emozionante. Quel giovane mi sta dimostrando fiducia e sento che dovrò fare di tutto per aiutarlo. Quindi, vivo quell’attimo, da un lato con un grande senso di responsabilità e dall’altro, come un immenso dono che mi viene fatto. In qualità di psicologo, ascolto i loro percorsi di vita e mentre si raccontano, il mio cuore è pervaso da momenti di gioia, ma anche di profonda tristezza. Quando, insieme a miei collaboratori, cerchiamo di mettere in pratica un’idea, ci viene sempre chiesto dalle istituzioni il costo dell’intero progetto. Tutto questo è giusto; però, sarebbe bello chiedersi sempre, quanto vale la vita di una persona? Non sono quantificabili i danni che l’anima di un ragazzo può subire. Se vogliamo risparmiare, bisognerebbe che tutti ci impegnassimo a prevenire. I volti sorridenti dei giovani che ce l’hanno fatta, per me, sono un insegnamento. Mi incentivano ad andare avanti, nonostante l’arida società, che si è andata a creare››.


Link: http://borgodonbosco.it/emergenza-poverta-un-centinaio-i-ragazzi-accolti-nel-centro-minori/


“Le vie sbagliate” sono figlie dell’emarginazione

ottobre 16, 2015

                                                                                                          di Roberto Alessandrini

Il 24 settembre, presso la sala Remigi del Borgo Ragazzi don Bosco, si è svolta la presentazione del libro “Le vie sbagliate” di Dario Basile (Edizioni Unicopli, 2014). Un testo che racconta la migrazione italiana verso la Torino industrializzata, dagli anni sessanta agli ottanta, vissuto e testimoniato dai ragazzi di allora, per evidenziare come quei fenomeni furono in tutto simili a quelli attuali.
All’incontro sono intervenuti, don Stefano Aspettati, direttore del Borgo Ragazzi don Bosco, padre Giovanni La Manna, presidente dell’associazione onlus Elpis, Francesca Danese, assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale, Marco Rossi Doria, assessore alle Politiche di sviluppo nella periferie, Giuseppe Pungitore, segretario generale dell’associazione Orares (Opera Romana Arte Ricerca Educazione Solidarietà) e Dario Basile, autore del libro.


MIGRANTI DI IERI E DI OGGI.
 La presentazione è iniziata con l’intervento di don Stefano Aspettati, che ha sottolineato che ‹‹anche Gesù è stato un migrante. Gesù è scappato in Egitto e nel suo lungo calvario è stato aiutato da Simone di Cirene, che non era egiziano. Noi salesiani siamo figli di Giovanni Bosco, che era un migrante, essendosi spostato dalla campagna di Asti a Torino››. Don Stefano nel suo discorso ha aggiunto: ‹‹il nostro Centro Salesiano, da sempre, è impegnato a sostegno del disagio giovanile, tramite l’accoglienza, la formazione, l’educazione di ragazzi di nazionalità e religioni diverse. Crediamo che questo sia l’unico modo per educare all’integrazione ed al rispetto reciproco tra le persone››.

Per padre Giovanni La Manna, presidente dell’associazione onlus Elpis, «questo libro è un contributo alla memoria, per non dimenticare che anche noi italiani siamo e siamo stati migranti, dal sud al nord, dal centro alla periferia; una periferia che spesso è lo scarto della società e di una politica che ignora le sue difficoltà››.
L’autore infatti, in questo libro, narra ed analizza, le difficili vicende di adolescenti, figli della grande migrazione interna, cresciuti nelle isolate periferie di edilizia popolare di Torino, quasi a voler far comprendere che l’accoglienza e l’integrazione, sono gli unici strumenti utili, per evitare che i giovani possano intraprendere vie sbagliate.


NUOVE SOLITUDINI
. «Nel mio lavoro, mi sono resa conto che, nella collettività, c’è un modo di pensare poco evoluto. Spesso si tende a scansare l’ultimo arrivato; quel cittadino o immigrato che risulta essere in difficoltà e quindi un peso per la società e per la politica ha detto Francesca Danese, assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale. «Noi, politici in prima linea, abbiamo il compito di introdurre una cultura nuova, a tutela degli ultimi, che siano anziani, studenti, immigrati, donne e persone con handicap. Il libro di Dario Basile è un importante contributo al cambiamento, in una realtà che assiste alla nascita di tante nuove forme di solitudine e di povertà››.

Giuseppe Pungitore, segretario generale dell’associazione Orares, ha aggiunto: «anche io sono stato un migrante, essendo partito dalla Calabria per poi venire a Roma, come mio padre che è andato negli Stati Uniti e mio nonno in Germania. Questo libro quindi, in parte, rappresenta la mia esperienza, essendo io un cittadino del mondo. Ho vissuto l’emarginazione di chi è un migrante e di chi vive in periferia e non è considerato membro di una città. Questo è un libro molto bello, che mi ha fatto emozionare e soprattutto commuovere».


OFFRIRE POSSIBILITÀ.
 “Le vie sbagliate” di Basile è un testo che cerca anche di contrastare quella strana idea che spesso affiora nel dibattito pubblico: che i giovani stranieri si comportano male a causa del loro retroterra culturale. Spesso invece, le cattive condotte sono figlie dell’emarginazione e della mancanza di cultura di un paese che non sa accogliere.

Per Marco Rossi Doria, assessore alle Politiche di sviluppo nelle periferie, «in qualità di ex insegnante, posso affermare che il dialogo con i ragazzi è uno strumento per salvarli dalle vie sbagliate. Il linguaggio dei giovani di oggi è diverso da quello dei ragazzi di ieri e quindi è più difficile entrare in sintonia con loro, ma non dobbiamo smettere di comunicare. La scuola, l’arte ed il teatro, sono essenziali per conoscere l’anima e le necessità dei giovani».
Dario Basile ha concluso l’incontro ringraziando tutti i presenti ed affermando che «incontri come questi ti fanno capire che il lavoro di uno scrittore, spesso, può servire a far riflettere. Questo libro nasce grazie all’Università di Torino, che ha voluto mettere a confronto la migrazione di ieri con quella di oggi, al fine di far comprendere che, per evitare che alcune vicende storiche possano verificarsi nuovamente, occorre offrire a tutti le stesse possibilità».
 
Link: http://borgodonbosco.it/le-vie-sbagliate-sono-figlie-dellemarginazione/


Le regole e la giustizia tutelano i più deboli

luglio 10, 2015

Alfredo Trentalange, arbitro di fama internazionale, è intervenuto al convegno "Esportiamo la periferia"

                                                                                                          di Roberto Alessandrini                                                                                                                           

‹‹Il Borgo Ragazzi don Bosco trasmette i valori cristiani che dovrebbero sempre accompagnare la vita di un atleta e di un dirigente sportivo››, ha sottolineato Alfredo Trentalange, ex arbitro internazionale di calcio, al convegno “Esportiamo la periferia”. L’evento che si è svolto lo scorso 30 giugno, a Roma, nella sede del Coni, per celebrare il 50° anniversario della fondazione della Polisportiva Giovanile Salesiana.

Trentalange, di origine torinese, ha raccontato la sua esperienza come arbitro, iniziata all’età di quindici anni, nelle categorie regionali di calcio, del settore giovanile. Appartenente alla sezione AIA (Associazione Italiana Arbitri) di Torino, nel 1997 ha ricevuto il prestigioso premio Mauro, massimo riconoscimento per i direttori di gara italiani; ha anche collezionato diverse apparizioni nella UEFA Champions League, l’ultima delle quali nel 2002 in occasione della gara Bayer Leverkusen – Olympiakos.

 

‹Grazie all’amore per il mio lavoro, mi sento fortunato, perché ho compreso l’importanza delle regole e del ruolo di un arbitro», ha spiegato Trentalange. «Le regole e la giustizia sono un mezzo a tutela dei più deboli, delle persone leali e di quelle in difficoltà. Sono strumenti volti ad educare le persone e ad offrire un’ opportunità di crescita e riscatto per tutti; le regole favoriscono la pace e la serena convivenza tra gli esseri umani››.
Secondo Trentalange, che è stato anche insegnante, essere educatori oggi è difficile, perché ‹‹nell’educazione non si possono fare cose nuove e diverse, se non si è nuovi e diversi. Invece, oltre al disagio giovanile, noto oggi il disagio degli adulti, che non hanno più il tempo e i fondi economici da investire nell’educazione. Quindi, oggi educare i ragazzi è una sfida, come quando si gioca una partita di calcio›. Anche per questo lo sport è uno strumento educativo di cui non si può fare a meno, e in cui quindi conviene investire, perché «l’educazione costa, ma l’ignoranza costa ancora di più».

 

Attualmente Trentalange ricopre il ruolo di osservatore degli arbitri UEFA (Union of European Football Associations) e dal 1º gennaio 2012 è componente della commissione arbitrale FIFA (Fédération Internationale de Football Association). È anche direttore di una comunità terapeutica dell’ANFAS (Associazione Nazionale di Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale), esperto di musicoterapia e delle attività riabilitative non farmacologiche in psichiatria al Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese. Laureato in Scienze Motorie e Sportive, dalla primavera del 2008 ha insegnato religione presso le scuole salesiane “Edoardo Agnelli” e nel centro di formazione professionale CNOS-FAP (Centro Nazionale Opere Salesiane / Formazione Aggiornamento Professionale).

Link: http://borgodonbosco.it/le-regole-e-la-giustizia-tutelano-i-piu-deboli/

 

La polisportiva del Borgo: cinquant’anni per vincere sul campo e nella vita

giugno 25, 2015
                                                                                                          di Roberto Alessandrini

 

La Polisportiva Giovanile Salesiana del Borgo Ragazzi Don Bosco compie 50 anni e li festeggia con il convegno “Esportiamo la periferia“, che si svolge nel Salone d’Onore del Coni (Piazza Lauro De Bosis 15, martedì 30 aprile alle 10.00). Parteciperanno Giovanni Malagò, presidente del Coni; Giovanni Petrucci, presidente FIP; Paolo Masini, assessore allo sport di Roma Capitale; Alfredo Trentalance, ex arbitro internazionale di calcio.
Sono stati 50 anni di attività sportiva, ma soprattutto educativa: una lunga storia che ha portato, oggi, ad essere una realtà che accoglie ragazzi di 15-20 nazionalità diverse. E vince, sul campo e nella vita. Abbiamo intervistato il presidente, Antonello Assogna, che racconta l’attività sportiva dal 1965 ad oggi, tra speranze, difficoltà e obiettivi raggiunti.


Come e quando è nata la PGS?

«È nata il 24 giugno 1965. Tuttavia, già dal 1950, si svolgeva attività sportiva presso il Borgo don Bosco, sotto la denominazione sociale U.S. CADMEA, che aveva preso il nome dal fondatore dell’Istituto Salesiano, don Cadmo Biavati.
Poi, nel 1965, i dirigenti di allora decisero di mutare il nome della Polisportiva. Rimasero, comunque, fedeli al modello agonistico, che all’inizio degli anni cinquanta era stato uno dei primi strumenti educativi e di aggregazione giovanile, utilizzati dai fondatori e collaboratori della Comunità Salesiana».


Cosa è cambiato negli anni a seguire?

«All’inizio, gli sport che si praticavano erano solo due: il basket e il calcio. Alla fine degli anni settanta sono stati introdotti il tennis tavolo e il volley. Nel 1990, il judo, fino ad arrivare al 2005, con l’Atletica Leggera. Nel complesso la PGS è migliorata notevolmente».


Come sono mutati gli interessi dei ragazzi?

«Sicuramente il maggiore entusiasmo si manifestò verso il calcio e poi il basket.
Oggi, tutte le nostre attività sportive godono di un buon numero di iscritti. Con il judo abbiamo portato a casa molte vittorie e la sezione volley negli ultimi anni è riuscita a classificarsi nella Serie C Femminile. La PGS risulta essere oggi tra le polisportive più qualificate presenti a Roma. In merito al calcio, c’è una forte concorrenza, ma grazie ad un intenso lavoro, la Polisportiva è riuscita a migliorarsi e a risolvere tante piccole difficoltà. Sicuramente le esigenze giovanili sono cambiate. Attualmente forse è più difficile integrare i ragazzi, perché si sta andando verso una società molto più attenta all’immagine, che all’essenza della persona».


Quanti sono i ragazzi che ogni anno si iscrivono e qual è la loro età?

«Abbiamo circa trecento iscritti. Il 70% sono ragazzi e il 30% sono ragazze. Hanno un’età che oscilla dai 7 ai 18 anni. Inoltre, è stata introdotta, per i più grandi, la sezione under 25 Serie C Basket. Le ragazze sono principalmente presenti nel volley, judo e nell’atletica leggera».


Come sono i risultati sportivi?

«Per noi non è importante la vittoria. L’obiettivo è quello di insegnare uno sport; far conoscere bene la disciplina sia dal punto di vista tecnico che comportamentale, alla luce del modello educativo che questa Comunità Salesiana si è dato. Lo sport è uno strumento per accogliere ed unire. Un allenatore cerca, poi, di accompagnare il giocatore ad un’attività agonistica adulta. In ogni caso le squadre lavorano bene e il bilancio in merito ai risultati sportivi, sia per quanto riguarda il passato che per il presente, è positivo. In piena umiltà, come ho già detto prima, vantiamo importanti titoli provinciali e regionali».


Quali sono i valori educativi che accompagnano la vostra attività sportiva?

«Principalmente sono l’accoglienza e l’integrazione. Ci sono circa quindici-venti nazionalità diverse tra i nostri iscritti. Convivono cinesi, egiziani, senegalesi e ragazzi di altre religioni, come ad esempio i musulmani. Nel pieno rispetto della multietnicità presente, cerchiamo di trasmettere loro i valori salesiani e di proporre una realtà unita in nome di Cristo».


Cos’è il Progetto Laureus?

«Laureus è una Fondazione Internazionale impegnata, dal2005, a risolvere situazioni di disagio giovanile attraverso attività sportive e percorsi di sostegno educativo e psicologico. L’obiettivo è di sostenere e rafforzare ragazzi e bambini, che provengono da contesti sociali differenti, affinché affrontino la vita con l’energia e i valori degli sport di squadra. La PGS è stata scelta dalla Laureus, come realtà di riferimento volta proprio ad aiutare i giovani. Infatti, i nostri allenatori sono seguiti da alcuni specialisti della Fondazione, nel metodo che viene usato nell’approccio con i ragazzi e nella giusta comunicazione, tenendo conto di un attento studio psicologico e verbale».


Link: http://borgodonbosco.it/la-polisportiva-del-borgo-cinquantanni-per-vincere-sul-campo-e-nella-vita/ 

 

CENTRO DI FORMAZIONE PROFESSIONALE: UNA STORIA DI EDUCAZIONE E DI CUORE LUNGA 60 ANNI

giugno 23, 2015
                                                                                                          di Roberto Alessandrini
 

L’incontro cordiale con il direttore del CFP (Centro di Formazione Professionale),Francesco Panella, ci apre una grande finestra sull’esperienza lasciataci in eredità dall’alto esempio di Giovanni Bosco, che dal 1831 al 1841, per poter affrontare gli studi, si trovò a vivere in condizioni molto disagiate e ad affiancare sempre lo studio al lavoro. Fece il barista, il sarto, il calzolaio, il panettiere, il maniscalco, il falegname. Imparò così tanti mestieri, e ne fece tesoro, per insegnarli, poi, ai ragazzi ospiti nell’Oratorio di Valdocco.
Il CFP, sorse nel dopoguerra, più di 60 anni fa, in concomitanza con la nascita del Borgo Ragazzi don Bosco. Quest’ultimo, iniziò ad accogliere gli sciuscià di Roma che lustravano le scarpe presso la Stazione Termini. Alle proposte ludiche iniziali, si pensò di unire anche corsi che potessero insegnare loro una professione e di svolgerli proprio nel luogo dove, fino al 1947, sorgeva il Forte Prenestino, voluto come uno dei punti di difesa della città di Roma da Pio IX.
Fin dal 1948 i capannoni in precedenza utilizzati per custodire materiale bellico, vennero destinati a laboratori, aule scolastiche e uffici. Con la medesima struttura esterna, suddivisi in capannoni, trovarono sistemazione laboratori modernamente attrezzati di elettromeccanica, di riparazione di motoveicoli e di macchine utensili.

 

Quindici – venti anni fa, i corsi del CFP erano gestiti dal Ministero del Lavoro, che dopo la frequentazione biennale, dava la possibilità di iniziare un’attività lavorativa. Più tardi, si tentò una sperimentazione, inserendo un terzo anno di specializzazione e si verificò un avvicinamento della formazione professionale al mondo della scuola.
Infatti oggi si parla di istruzione e formazione professionale, tanto è vero che è cambiata la tipologia dei ragazzi frequentanti. Nel primo corso biennale, erano di età compresa tra i quindici e i sedici anni; attualmente si iscrivono, in maggioranza, coloro che hanno già conseguito la licenza media.
Tra i corsi offerti dal Centro, troviamo quello per operatore elettrico, meccanico e della ristorazione. Con uno stage promosso durante il secondo e terzo anno, le aziende iniziano a conoscere i ragazzi e, spesso, quelli più bravi in seguito vengono assunti. Qualche tempo fa, il livello occupazionale era pari al 90%. A causa della crisi economica, oggi si arriva al 40-50%. In ogni caso, si è mantenuta una certa attenzione delle aziende verso il Centro.

 

Francesco Panella ha sottolineato il fatto che «la struttura salesiana mira a dare una possibilità ai giovani, (soprattutto a rischio di dispersione scolastica), i quali frequentemente riacquistano fiducia in se stessi e voglia di impegnarsi, scoprendo delle attitudini in determinati settori». Inoltre «è bello vedere che, al termine del percorso professionale, alcuni si iscrivono a corsi universitari». Ogni anno, sono circa duecento-duecentocinquanta le persone che fanno richiesta di frequentare ed ai quali il CFP, grazie alla profonda spiritualità di Giovanni Bosco, offre una bella opportunità, perché educare è una questione di cuore.

 

Tra le tante iniziative che la struttura porta avanti, nel 2015 ha deciso di partecipare al concorso lanciato da Cnos scuola per Expo 2015: “Scegli Tu il Futuro del Pianeta“, legato al tema dell’ecologia. È un video, un bel video, a testimoniare sia la creazione, da parte degli studenti, di prodotti culinari tipici, sia la multietnicità presente nella scuola. Questo al fine di far integrare i ragazzi con quelli di altri centri, dando loro la possibilità di farsi conoscere nell’ambito di una realtà viva, che non punta solo all’istruzione e alla professione, ma a formare persone rendendole mature. Per Panella, infatti, «la maturità si raggiunge grazie al confronto che arricchisce gli animi e li incoraggia»

.
Inoltre, il Centro pubblica periodicamente, in formato elettronico, anche un giornalino, con l’intento di informare genitori e persone interessate, sulle attività che sono state svolte dagli studenti.
Il formato cartaceo invece, viene distribuito soltanto in occasione della Festa della Famiglia, che si svolge ogni anno, l’ultimo sabato del mese di maggio e che coincide con quella di Maria Ausiliatrice. Questo evento rappresenta l’atto conclusivo di ciò che è stato fatto, dove i giovani dimostrano ai genitori cosa hanno imparato, tramite visite nei laboratori e l’esposizione di prodotti realizzati. Molte famiglie collaborano nella preparazione della festa ed alcune mamme preparano torte, che poi verranno giudicate da una giuria, che premierà quella più buona, conferendo il titolo alla “Mamma più dolce”.È un momento educativo importante e l’occasione di condurre i nuclei familiari alla preghiera, con la partecipazione alla Messa in onore di Santa Maria Ausiliatrice.

 

Quindi non resta che augurare, a tutti i ragazzi, di raggiungere nuovi importanti traguardi, grazie a questa antica, moderna e gratificante realtà.

 

Link: http://borgodonbosco.it/centro-di-formazione-professionale-una-storia-di-educazione-e-di-cuore-lunga-60-anni/





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Roberto Alessandrini

Ciao!! - Questo è il mio sito! - Mi chiamo Roberto e vivo a Roma dal giorno della mia nascita.

Ho due grandi passioni:

la prima è quella per la scrittura. Infatti amo scrivere poesie, filastrocche, racconti e tutto ciò che mi detta la fantasia.
Negli ultimi anni, a seguito di alcuni corsi di formazione che ho seguito, ho iniziato anche a scrivere articoli e a fare interviste. Qui puoi leggere quelli più importanti:
http://www.robertoalessandrini.it/index.php/2-non-categorizzato/35-articoli-di-roberto-alessandrini.html 

La seconda è quella di comunicare, con chi mi legge o mi ascolta.

Inoltre voglio confidarti un segreto:
la scrittura mi insegna ogni giorno ad amare, perché mentre mi da la possibilità di raccontare ed affidare parole, pensieri e sentimenti, contemporaneamente mi concede di vestirmi delle storie, delle difficoltà e delle gioie di altre persone, così da poterle comprendere e dare voce ad esperienze vissute.  

Allora che ne pensi? - Ti va di fare un giro nel sito, per conoscermi meglio e condividere la vita?

 



Breaking news:

In questi giorni, Fiorella Mannoia ha debuttato in tv, precisamente su Rai1 con un nuovo programma, dal titolo "Un, due, tre....Fiorella!". Sicuramente la Mannoia come interprete è molto brava. A me piace molto. Alcune sue canzoni sono meravigliose. Sinceramente però il programma mi è piaciuto in parte. Naturalmente posso sbagliare! Questo è un mio umile pensiero. Un abbraccio. Roberto.  

 


  

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